I contributi riescono a pagare solo il 70% delle pensioni


Il sistema pensionistico pubblico si basa su un patto fra generazioni. In altre parole: io che lavoro pago con i miei contributi la pensione di chi ha smesso di lavorare; qualcun altro, quando sarà il momento, pagherà la mia pensione con i suoi. Questo in linea puramente teorica. La realtà è piuttosto diversa: i sistemi pensionistici di tutti i Paesi europei sono infatti «senza patrimonio di previdenza». In altre parole, le pensioni sono pagate in parte dalle imposte di tutti i cittadini. Il record spetta a Danimarca e Irlanda, in cui la fiscalità generale copre il 76,6% e il 72,3% della protezione sociale complessivamente intesa (previdenza e assistenza). In Italia la percentuale si è attestata al 46,9% circa , di poco superiore alla media europea, ma molto superiore a quella di Francia e Germania, entrambe attorno al 37%. Relativamente alle sole pensioni i contributi versati da lavoratori e imprese (circa 209 miliardi) bastano a coprire circa il 71% di ciò che viene attualmente erogato, pari a circa 295 miliardi.

L’Inps perde un sacco di soldi (e il rosso aumenta)

Al netto delle varie casse di ordini e professioni, il grosso del sistema pensionistico pubblico italiano poggia sull’Inps, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Con il nome di Cnas ha iniziato a pagare le pensioni d’invalidità e vecchiaia nel 1919. Attraverso successivi momenti di crescita, l’Inps ha assunto il carico del sostegno al reddito per i meno abbienti, gli assegni familiari, le integrazioni salariali, le indennità di malattia. Nell’Inps, inoltre, sono confluiti nel tempo diversi istituti previdenziali di categoria. Buone ultime, l’Enpals – quello dei lavoratori dello spettacolo – e l’Inpdap – l’istituto di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica – inglobate nel 2012. Proprio quest’ultima acquisizione, dalla quale è nata quella che l’allora premier Monti aveva ribattezzato “super Inps” ha fatto si che l’ente si accollasse un deficit pari a circa 25,2 miliardi di euro. Un disavanzo, questo, che aumenta ulteriormente lo squilibrio dell’ente – che oltre a pagare le pensioni è anche un pachiderma da 26mila dipendenti – e, giocoforza, pure l’entità dei soldi che lo Stato deve trasferire per mettere una toppa al buco. Tanto per dare dei numeri: se nel 2008 per coprire il buco dell’Inps bastavano 73 miliardi di euro, nel 2013 erano a saliti a 112,5, sette in più rispetto al 2012.L'esercizio 2015 si è chiuso con un risultato economico negativo per 16,3 miliardi, "condizionato da un accantonamento al fondo rischi crediti contributivi per 13,09 miliardi. In conseguenza di ciò, il patrimonio netto si attesta su 5,87 miliardi, con un decremento sul 2014 di 12,54 miliardi". Quindi per effetto di un peggioramento dei risultati previsionali assestati del 2016 (con un risultato economico negativo che si attesta su 7,65 miliardi) il patrimonio netto passa, per la prima volta dall'istituzione dell'ente, in territorio negativo per 1,73 miliardi".

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